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Articolo a cura della Redazione

In un nuovo studio dedicato al Long COVID pubblicato il 13 marzo 2022 su Annals of Neurology, alcuni ricercatori dell’Università della California a San Francisco, hanno identificato dei biomarcatori presenti a livelli elevati che hanno dimostrato di persistere per molti mesi nel sangue di soggetti partecipanti alla ricerca, che hanno riscontrato sintomi neuropsichiatrici in seguito all’infezione da COVID.

I risultati ottenuti sembrano promettenti per lo sviluppo di test di laboratorio utili a conoscere i rischi da Long COVID e valutare nuove terapie per affrontare questa sindrome soggettiva difficile da descrivere e misurare.

Per gran parte del primo anno della pandemia, a molte persone con Long COVID è stato detto che quello che stavano vivendo non era qualcosa di preoccupante o legato al COVID – dichiara Michael Peluso, MD, assistente professore di Medicina all’UCSF e primo autore dello studio – Da un po’ di tempo ormai stiamo iniziando ad identificare misure biologiche oggettive che si correlano a ciò che le persone ci riportano di percepire sui loro sintomi da Long COVID.

Il Long COVID è caratterizzato da sintomi continui o di nuova insorgenza come affaticamento, respiro corto, difficoltà cognitive, anomalie del ritmo cardiaco, disturbi del sonno e dolori muscolari e articolari, che possono persistere per mesi dopo l’infezione acuta con il virus SARS-CoV2.

I ricercatori stimano che tra il 10% e il 30% delle persone infettate dal virus SARS-CoV-2, si manifestino sintomi COVID prolungati (anche se sembra essere meno probabile tra le persone vaccinate). Secondo un recente rapporto del Government Accountability Office degli Stati Uniti, fino a 23 milioni di persone negli Stati Uniti potrebbero già essere afflitte da problemi di salute cronici causati dall’infezione.

È ormai conosciuto il fatto che il Long COVID può colpire anche individui che inizialmente avevano manifestato soltanto una lieve malattia e forse anche coloro che erano asintomatici nonostante fossero risultati positivi all’infezione. Uno dei dati conosciuti attualmente è che le proteine virali rimangono nelle cellule cerebrali a seguito dell’infezione.

Per condurre lo studio, i medici dell’UCSF hanno intervistato 46 pazienti precedentemente infettati in merito a 32 sintomi fisici del Long COVID e a sintomi mentali quali perdita di memoria, irritabilità, agitazione, depressione, ansia, stress post-traumatico e perdite sensoriali specifiche.

Inoltre i ricercatori hanno analizzato in laboratorio campioni di plasma sanguigno di 12 soggetti di controllo mai infettati e senza sintomi neuropsichiatrici per avere un confronto con i dati raccolti durante la ricerca.

Tutti i partecipanti allo studio erano pazienti dello studio Long-term Impact of Infection with Novel Coronavirus (LIINC) COVID-19, con sede a San Francisco, e sono stati arruolati dal marzo 2020 al febbraio 2021, dopo essere risultati positivi all’infezione.

L’intento originario dello studio era quello di seguire i pazienti nel tempo per monitorare l’immunità naturale in seguito all’infezione da COVID, ma quando è emerso chiaramente che i pazienti al rientro continuavano a manifestare sintomi molte settimane dopo l’infezione, la comprensione di questi lunghi sintomi da COVID è diventata uno dei principali obiettivi dello studio.

I nuovi risultati si basano su un singolo punto temporale, ma i pazienti continuano a essere monitorati per verificare i cambiamenti dei sintomi e dei biomarcatori immunologici e di altro tipo.

In cieco rispetto all’identità del paziente e allo stato dei sintomi, il team ha poi utilizzato una tecnica basata su campioni di plasma sanguigno – sviluppata dall’autore corrispondente, Edward Goetzl, MD, professore emerito di medicina alla UCSF – per misurare le proteine virali del paziente derivate dai neuroni.

I ricercatori hanno prima isolato le sacche piene di proteine, – gli esosomi – rilasciate nel sangue da tutti i tipi di cellule, poi hanno selezionato solo gli esosomi derivati dai neuroni e dalle cellule di supporto note come astrociti. Il Dott. Goetzl considera questo approccio come una misura che riflette l’alterazione delle cellule del cervello in seguito all’infezione da SARS-CoV-2.

L’analisi ha rilevato livelli medi molto più elevati di due proteine virali della SARS-CoV-2 misurate – la proteina nucleocapside e la proteina spike– in campioni di plasma sanguigno raccolti tra le sei e le 12 settimane dopo la diagnosi da pazienti infettati da COVID che presentavano sintomi neuropsichiatrici, rispetto ai campioni di coloro che avevano da tempo la COVID, ma che non presentavano sintomi neuropsichiatrici.

I livelli di queste proteine provenienti dagli esosomi neuronali dei pazienti con Long COVID senza malattia neuropsichiatrica sono risultati comunque superiori a quelli dei pazienti senza Long COVID.

Il Dott. Goetzl ha affermato che il SARS-CoV-2, come molti altri virus, prende di mira strutture chiamate mitocondri all’interno delle cellule che invade. È molto probabile che il virus interferisca con i normali compiti mitocondriali, che comprendono la fornitura di una sorta di energia utilizzabile dalle cellule e il contributo alla capacità del sistema immunitario di rispondere alle infezioni.

Secondo Goetzl i ricercatori hanno misurato differenze significative nei livelli di diverse proteine mitocondriali tra i pazienti con Long COVID – con e senza sintomi neuropsichiatrici – indicando alterazioni nella funzione mitocondriale all’interno dei neuroni.

Credo che la maggior parte degli scienziati che hanno preso in considerazione questo problema potrebbe dire che è molto improbabile che le particelle virali rimangano infettive in questa fase, ma queste proteine virali che rimangono nella cellula possono ancora procurare danni di altro tipo – ha concluso il Dott. Goetzl rimanendo ottimista sulla possibilità dello sviluppo di farmaci che possano entrare nelle cellule infette e distruggere specifiche proteine virali.

Molti ricercatori attribuiscono i sintomi cronici del Long COVID principalmente a risposte immunitarie prolungate o alterate – afferma il Dott. Peluso – L’infezione acuta iniziale potrebbe innescare cambiamenti a lungo termine e disadattivi nel sistema immunitario.

La presenza continua di proteine virali nell’organismo potrebbe causare risposte infiammatorie croniche. La presenza di alcune molecole virali potrebbe anche innescare risposte autoimmuni, situazione nella quale il sistema immunitario attacca i tessuti dell’organismo.

Identificando biomarcatori come questi, saremo in grado di diagnosticare con maggiore precisione il Long COVID e di identificare trattamenti efficaci attraverso studi clinici ben progettati – conclude il Dott. Peluso – Con questo studio abbiamo fatto un passo importante verso questo obiettivo.


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