Uno studio della Johns Hopkins University conferma il modello del Prof. Stefano Pallanti

Lo scorso 7 maggio il Prof. Stefano Pallanti ha partecipato ad un’intervista dove spiegava le evidenze scientifiche di un importante aspetto del COVID-19 relativo alle manifestazioni neuropsichiatriche acute rilevate in un ampio spettro di persone colpite dal nuovo Coronavirus: evidenze che erano il frutto di ricerche che il Professore sta portando avanti assieme ad un gruppo di altri importanti neuroscienziati di livello mondiale.

Nel corso del video – che troverete disponibile in questa pagina – il Prof. Pallanti ha affrontato con meticolosità gli effetti ad ampio spettro della pandemia da Sars-cov-2 per poi andare ad analizzare quali sono le manifestazioni neurologiche e psichiatriche più frequenti, quali i meccanismi per i quali questi disturbi si producono e quali ancora potrebbero essere le conseguenze generate nel tempo.

Nella parte finale dell’intervista il Professore ha anche indicato quale potrebbero essere le linee guida di un protocollo di prevenzione e terapia, quali interventi strutturali dovrebbero essere attivati il prima possibile per non continuare a sottovalutare la portata dell’impatto neurologico del nuovo Coronavirus, raccontando al contempo cosa si stava facendo fino a quel momento, con una nota di preoccupazione legata ai mesi a venire.

A supporto di questo suo importante grido d’allarme è arrivato, a fine giugno, un nuovo importante studio internazionale che delinea una classificazione in tre fasi dell’impatto del COVID-19 sul sistema nervoso centrale e raccomanda ai pazienti ospedalizzati con il virus di sottoporsi tutti alla risonanza magnetica per scongiurare potenziali danni neurologici e attivare, all’evenienza, un fondamentale monitoraggio successivo.

Le 3 fasi dell’impatto del COVID-19 sul Sistema Nervoso

Il nuovo studio – consultabile a questo link – ci dice che in una prima fase il danno virale sembrerebbe avere un impatto limitato alle sole cellule epiteliali del naso e della bocca.

Già dalla seconda fase si è osservato però lo sviluppo di coaguli di sangue che si formano nei polmoni e che possono viaggiare verso il cervello, portando ad un alto rischio di ictus.

Nella terza fase il virus attraversa invece la barriera emato-encefalica e invade il cervello. Questa fase può essere caratterizzata da convulsioni, confusione, delirio, coma, perdita di coscienza o portare addirittura alla morte.

La raccolta e l’analisi dei dati disponibili ha permesso di evidenziare come i pazienti che si trovano nella terza fase abbiano più probabilità di avere conseguenze a lungo termine: esistono evidenze scientifiche che dimostrano come le particelle del virus riescano effettivamente a penetrate nel cervello.

Il timore principale dei ricercatori che hanno sviluppato lo studio di cui stiamo parlando, è che i pazienti con sintomi di COVID-19 come respiro corto, mal di testa o vertigini, possano contemporaneamente avere sintomi neurologici che, al momento del ricovero, potrebbero non essere notati o non ricevere priorità, o i cui sintomi neurologici possano diventare evidenti solo dopo aver lasciato l’ospedale.

Come già anticipava mesi prima il Prof. Pallanti, anche i neuroscienziati autori di questa nuova importante ricerca credono che i pazienti ospedalizzati con COVID-19 dovrebbero ricevere una valutazione neurologica e, idealmente, una risonanza magnetica cerebrale prima di lasciare l’ospedale. In caso di eventuali anomalie, i pazienti interessati a questo punto dovrebbero seguire un percorso neurologico di cura e riabilitazione di almeno 3-4 mesi.

A questo scopo l’Istituto di Neuroscienze ha organizzato un apposito percorso che sarà disponibile dall’inizio del mese di Agosto.